6
Set

L'idea di questo blog

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cropped-logo-sito.gif Non bastavano gli orti, le partite di pallone, gli asini: adesso, anche le abitazioni terapeutiche?

Era proprio necessario aggiungere quest’attributo, che noi operatori della salute mentale siamo spesso accusati di appiccicare un po’ a caso, tanto per darci un tono?

Ebbene sì, era necessario; lo è più che mai, perché, di questi tempi, ciò che non è rigorosamente definito come terapeutico, tende a scomparire dai bilanci delle Asl, e dalla vita delle persone in cura, prima che gli interessati facciano in tempo ad accorgersene.

Di fronte alla necessità di risparmiare, amministratori e addetti ai lavori sono costretti a esprimersi in maniera esplicita su quello che considerano autenticamente terapeutico e quindi prioritario. Emergono così le diverse posizioni culturali e teoriche che ancora dividono il settore.

Un esempio clamoroso è fornito dalle posizioni della vecchia amministrazione regionale piemontese, nella scorsa legislatura. Dovendo pronunciarsi su due questioni cruciali per la salute mentale: la definizione dei livelli essenziali di assistenza (DGR approvata il 21/05/2014) e i criteri d’intensità terapeutico riabilitativa delle strutture residenziali (bozza di DRG non approvata, ma consegnata alla valutazione della IV commissione) la Giunta Cota e l’allora l’Assessore Cavallera hanno assunto un orientamento netto e inequivocabile: sono certamente terapeutiche, e dunque a totale carico della sanità pubblica, le prestazioni erogate in contesti ospedalieri, in ambulatori  o in residenze connotate in senso sanitario dal punto di vista strutturale e organizzativo: le comunità protette di tipo A e B.

E tutto il resto? La riabilitazione sul territorio, la presa in carico presso il domicilio, le borse lavoro, i gruppi appartamento, la residenzialità leggera, i percorsi di cura in contesti abitativi ordinari, che quattro decenni di psichiatria senza manicomi hanno portato alla ribalta, in Italia e nei paesi avanzati del mondo?

Tutto, o in gran parte, derubricato a intervento di serie B, non essenziale; in sostanza, a questione sociale, un lusso che la sanità non può più permettersi e che il cittadino dovrà pagarsi da sé, o sperare che venga sostenuto dalle casse dei comuni, a loro volta sempre più povere di risorse.

Per questo è ridiventato  cruciale, a quasi quarant’anni dalla chiusura dei manicomi, dire forte e chiaro, che non solo gli ospedali e le istituzioni sanitarie, ma anche le civili abitazioni, anche il mondo normale, anche il territorio, possono, e devono, essere luogo di cura per le persone affette da malattie mentali gravi.

Che, anzi, mettendo insieme tutto il materiale accumulatosi negli anni, fatto di esperienze vissute, di normative lungimiranti, di letteratura nazionale e internazionale, emerge con chiarezza che è proprio nel mondo normale, negli ordinari luoghi di vita, che una vera terapia e una vera riabilitazione diventano possibili.

L’obiettivo, naturalmente, non è di riesumare antiche battaglie ideologiche contro l’ospedale, o le comunità psichiatriche protette, che sono una realtà consolidata, preziosa e irrinunciabile, quando utilizzate in modo corretto.

Ma bisogna assolutamente impedire che avvenga l’opposto: che malintese logiche di centralità sanitaria, intesa nel senso più angusto e miope, facciano piazza pulita di un patrimonio di esperienze costruite negli anni, con lo sforzo quotidiano di migliaia di utenti, operatori e familiari, il cui valore scientifico la letteratura internazionale sostiene senza ambiguità.

Questo blog si propone di contribuire a un confronto il più possibile serio e approfondito sul tema della riabilitazione psichiatrica sul territorio, da ogni punto di vista: normativo, della letteratura scientifica, delle esperienze locali e delle testimonianze individuali. E si augura di ricevere il contributo attivo di tutte le persone sensibili e interessate.


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